Quando e perché ho iniziato a giocare a basket

Siamo sempre il risultato di ciò che abbiamo fatto durante la nostra vita. Un insieme di esperienze, di passioni, di battaglie e di sconfitte, ma soprattutto di meravigliose vittorie. Più di una volta vi ho accennato del mio passato da atleta e oggi penso sia arrivato il momento di parlare di basket e di raccontarvi come questo altro lato di me sia stato fondamentale per farmi diventare la donna che sono.

Ho detto lato, ma non mi sento assolutamente quadrata. Non penso di essere né solo appassionata di moda e immagine, né solo sportiva agonista dedicata alla prestazione fisica. L’immagine che ho scelto per il mio blog infatti è quella di una ragazza tall sui tacchi ma con una palla da basket in mano. Ecco, mi sento proprio come il pallone a spicchi, senza un lato predominante, ma dalle pareti tonde che confluiscono l’una nell’altra. Ora provo a spiegarvi perché.

Avevo 9 anni la prima volta che ho tirato dalla mezzaluna. Alcune bambine che conoscevo e che erano in classe con me, avevano cominciato a giocare a pallacanestro nella società del paese. E tra loro c’era anche Martina, una bambina che viveva esattamente nella mia stessa via e che conoscevo fin da quando ero in fasce. Così mi sono detta: “proviamo”.

Nel minibasket spesso si gioca in squadre miste e di solito sono più maschi che femmine. Quell’anno invece, eravamo pari: un gruppo di 6 femmine e 6 maschi. Ho sempre amato lo sport di squadra perché, come oggi, mi piace l’idea di poter condividere i momenti della mia vita, stare in mezzo alle persone facendo una delle cose che amo di più al mondo: sport e movimento.

Non pensavo sarebbe diventata una passione così grande, anche perché alla fine di quel primo anno avevo deciso di smettere: i maschi non ci passavano mai la palla e io non avevo voglia di mettermi da parte. Intanto però il gruppo di bambine con cui avevo cominciato, continua a giocare e una volta alle medie, passate dal minibasket agli esordienti, creano una squadra solo femminile.

Mi chiamarono. Decisi di tornare a giocare. Una società forte della zona credette in noi, decise di prenderci come squadra e cominciammo a partecipare ai campionati regionali. Girammo di città in città, crescemmo, diventammo forti e arrivammo dopo due anni alla nostra finale nazionale. È lì che vengo notata e selezionata per i primi raduni con la Nazionale giovanile, i primi tornei anche fuori Italia.

A 14 anni mi sono ritrovata a vivere al Centro di Preparazione Olimpica Acqua Acetosa di Roma e giocare per il College Italia, la selezione della nazionale giovanile di pallacanestro italiana. Ho lasciato il Veneto, la scuola privata dai preti e ho cominciato a vivere in un altro mondo, fatto di tabelle di orari, di impegni, di allenamenti quotidiani, di alimentazione sana e di scuola pubblica. Ho dovuto ricominciare da capo, conoscere le mie nuove compagne di squadra e quelli di classe, confrontarmi già da così giovane con squadra di serie B e A2, costruire, la mia quotidianità con la seconda famiglia che si stava creando.

Dai 14 ai 17 anni quel luogo è diventata la mia casa. La vita da atleta è impegnativa, tosta. Devi dare il massimo sempre e cercare di superarti ogni volta che scendi in campo anche quando ti trovi di fronte ad avversarie incredibili, di dieci anni più grandi di te che hai visto giocare ad altissimi livelli, ma tu rappresenti la Nazionale giovanile.

Scendere in campo era una doppia responsabilità: per me e per la Nazione che rappresentavo.

Ma nonostante la vita di sacrifici, giocare a basket mi piaceva tanto. L‘adrenalina che provavo nell’affrontare alcune partite era troppo motivante, quasi dopante, mi piaceva molto. Da inizio stagione sapevo che il mio obiettivo era arrivare alle finali nazionali, affrontare un Europeo e tutto convergeva per la realizzazione di quell’obiettivo a lungo termine. Ovviamente non avrei potuto fare niente senza le mie compagne di squadra.

Vivere a stretto contatto e condividere i sacrifici crea dei legami incredibili, dei rapporti molto forti e delle relazioni uniche che ti porti dentro per tutta la vita.

E anche se oggi queste ragazze sono in giro per l’Italia e le occasione per incontrarsi sono poche, quando succede è come se il tempo non fosse mai passato e questo perché sei andata molto in profondità. Ero legata molto a due ragazze in particolare, entrambe Giulia. Con loro ho vissuto tantissime esperienze dentro e fuori da campo, abbiamo affrontato crisi, difficoltà, ci siamo date supporto e comprensione e poi abbiamo gioito e festeggiato insieme.

Questi valori, questa comunità femminile, li ritrovo in Woman Power. Per me il basket è stata una scuola di vita e ho capito molto su come siamo fatte noi ragazze, le nostre insicurezze e come questa società ancora troppo maschilista a volte riesca a ferirci pretendendo da noi sempre la perfezione. Per fortuna c’è questo sentimento che unisce e allea le donne ed è il loro incredibile potere.

Se mi ripenso a 14 anni, vedo una bambina felicissima di vivere da sola per inseguire un sogno. Sono sempre stata molto intraprendente, anche se ammetto di aver avuto dei momenti in cui mi mancavano molto famiglia, amici e la mia terra. Ma non rimpiango niente, se tornassi indietro farei le stesse cose e direi a quella bambina di non rinunciare a credere nei propri sogni! Poi sono cresciuta e giocare a basket è diventato anche altro, ma ve lo racconto la prossima volta, ora mi sono persa a guardare le foto di me che tengo in mano una palla più grossa della mia testa.

Comments

  1. Stefano Vianello says:

    Bellissimo racconto autobiografico Zizo. Anche se adesso hai intrapreso una strada diversa, ricordo te, le ‘Giulia’ che hai citato e tutte le altre ragazze con profondo e sincero affetto. Ti auguro di cuore ogni fortuna e soddisfazione. Stefano

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